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Eroi involontari di una guerra comune


di Antonino Matina, pubblicato il: 22/05/2012 in: Società, Letto: [2248] volte

Strage di CapaciGiovanni Falcone,  Paolo Borsellino e tutte le vittime della criminalità organizzata: Eroi involontari di una guerra comune a tutti.
20 anni fa veniva barbaramente trucidato il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, insieme agli agenti della sua scorta rientrando a Palermo.
Quel sabato 23 maggio 1992 non si dimentica facilmente. Alle 17:59, su un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto Punta Raisi porta a Palermo, all’altezza di Capaci, veniva fatto saltare in aria con un quintale di tritolo, in maniera plateale, il giudice Falcone, un Uomo di quello Stato che, le cronache di allora, descrivevano in affanno nelle sue principali rappresentanze democratiche, ovvero i partiti politici, intenti in quelle giornate di afa primaverile, nelle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, Capo Supremo delle Forze Armate.
Ma non solo, sembra ancora di leggere la cronaca di quei giorni, numerosi partiti politici erano stati cancellati dall’agone politico da numerose inchieste giudiziarie che avevano scosso le fondamenta di una Res Publica ormai al suo atto finale: storie di corruzione, di spartizioni clientelari di appalti pubblici, di fondi neri, e di quant’altro dopo venti anni, continuano a mantenere lontano dalla Politica la gente comune, alle prese con i soliti problemi di una crisi che sembra non lasciare adito ad aspettative future.

Il sacrificio che da quel 23 maggio in poi gli Uomini dello Stato subirono in nome di un idea di giustizia e di società civile, sembrano infrangersi nelle aspettative disilluse da una classe politica che continua a parlare, purtroppo solo a parlarne, di riforme che non arrivano mai. Riforma della Giustizia, Riforma del Lavoro, Riforma della Legge Elettorale e, chi più ne ha più ne metta, sono solo alcune delle riforme annunciate come “epocali” nel corso degli ultimi anni ed affrontate al solo scopo di salvaguardare lo stato di fatto di una Classe dirigente che continua a chiedere a tutti sacrifici e che non cede un millimetro dei diritti acquisiti nel corso dei primi 150 anni di Repubblica italiana.

Sembra che quel sacrificio, subìto in nome di un Stato irriconoscente, non sia servito a nulla, se non a bardare il petto di vedove e orfani, vittime delle criminalità organizzate di una medaglia al valore militare o civile, da appendere accanto ad una bandiera tricolore o alla foto di un caro perduto.
Una società che si definisce civile, per affermare il proprio stato di civiltà e benessere, non ha bisogno certo di medaglie alla memoria. Basterebbe che ognuno facesse fino in fondo il proprio dovere civico e non ci sarebbe più bisogno di Eroi involontari da immolare per cause che riguardano tutti.
Il bene comune è un valore che non ha colore né bandiera. Una scuola dove ci siano banchi, sedie, lavagne, palestre funzionanti, dovrebbe essere un pensiero comune a tutti, sia che si voti a destra o che lo si faccia a sinistra; Un servizio idrico che eroghi acqua potabile 24 ore su 24, non necessita di essere affrontato da un uomo di destra o di sinistra; la pulizia delle strade e il ritiro della spazzatura, ha bisogno di una destra e di una sinistra per essere espletati correttamente.

Speriamo di non dovere aspettare altri venti anni per vedere coronato il sogno di quanti hanno creduto in una Italia Normale, dove andare a scuola non significhi saltare in aria per l’azione di un folle criminale, o andare all’ospedale non significhi rimanere per 12 ore su una barella per essere visitato in un pronto soccorso. E soprattutto che non ci sia più  bisogno che qualcuno perda la propria vita per affermare princìpi generali come la Giustizia, la Legalità, l’Uguaglianza, il rispetto delle regole comuni in una società civile.