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Siciliano, lingua o dialetto?


di Gino Sanfilippo, pubblicato il: 29/10/2013 in: Lu Paisi, Letto: [2494] volte

Con questa nuova serie si vuole semplicemente valorizzare il dialetto Siciliano per non essere solo inteso come vero e proprio dialetto, ma una “LINGUA” che tutti noi dobbiamo amare. Mi permetto solo di dire che dobbiamo essere fieri di essere si Europei, Italiani ,ma soprattutto “SICILIANI “. è anche vero che il dialetto non è diciamo PURO, ma un insieme di varie lingue.
SiciliaLa linguistica storica comprende lo studio delle lingue sia quello dei dialetti: volendo considerare separatamente l’uno dall’altro si parla della lingua e di dialettologia.

La storia della lingua studia il sorgere ed il diffondersi,nelle varie regioni,della lingua normale,parlata e scritta:a spese dell’antica lingua,il latino,e dei dialetti meno fortunati.
La dialettologia,al contrario,studia i vari dialetti e ne traccia la storia esterna ed interna.
La stessa lingua che serve ad esprimere il nostro io più profondo,i nostri sentimenti e i pensieri più particolari,è la lingua di tutta una comunità. I dialetti sono sottoposti da secoli non solo all’influenza dei dialetti dei grandi centri regionali viciniori, ma anche a quella della lingua di cultura.
Succede spesso che singole famiglie ,o addirittura singoli villaggi, perdono il sentimento che li teneva legati al loro dialetto e passino,non senza compromessi ed adattamenti,alla lingua nazionale. Non parliamo poi,delle difficoltà che sorgono nello stabilire il confine tra dialetto e lingua.

I dati linguistici di cui la dialettologia si serve devono essere raccolti di preferenza direttamente dalla bocca dei parlanti,nel corso di inchieste linguistiche,in modo da garantire sempre il confronto con la lingua viva.
Tra i dialetti parlati in alcune regioni dell’Italia meridionale esistono numerose affinità da ascrivere probabilmente alla presenza in queste zone dei Greci prima e dei Romani poi, le cui lingue si sovrapposero a quelle delle popolazioni italiche che popolavano quei luoghi. Non solo, ma tali regioni conobbero in seguito la dominazione dei Normanni,degli Arabi,e persino in epoca recente degli Spagnoli,il cui influsso linguistico ha lasciato cospicue tracce.  

Nel 1064 con la conquista della Sicilia da parte di Ruggero I Re dei Normanni entrarono nella parlata siciliana molte espressioni franco-provenzali, e sebbene il periodo Angioino fosse di breve durata (1266-1282), fece consolidare la parlata francese apportando al dialetto siciliano nuovi influssi. Nacque così, nel 1230, la Scuola Siciliana, cenacolo di poeti presso la corte palermitana di Federico II di Svevia e dei suoi figli Manfredi ed Enzo che diedero avvio alla tradizione poetica italiana in volgare.  Tradizione continuata da Giovanni Meli con le sue poesie siciliani (1800), da Luigi Capuana con i suoi drammi, riuniti in cinque volumi con il nome “Teatro Dialettale Siciliano (1910), da Ignazio Buttitta  con le sue canzoni popolari in dialetto Siciliano (1980).  

“Capolavoro del patrimonio dell’umanità” sono stati dichiarati dall’UNESCO il repertorio dell’Opera dei PUPI, generalmente in dialetto siciliano, tratto dalle vicende di Orlando e dei paladini di Francia, dagli episodi del Vangelo, dalle vite dei Santi e della Madonna, dalle imprese di Garibaldi e dalle storie di briganti, raggruppati in lunghi cicli di spettacoli.
Il  “Francesismo” è una parola a locuzione presa dal Francese ed entrata nell’uso di un’altra lingua, nel nostro caso “il dialetto siciliano”. Questo fenomeno può avvenire riportando l’espressione all’interno delle regole del sistema linguistico che accoglie in prestito,come per esempio le  parole
ARRIMINARI  (REMENER); PARACCU (PARAPLUIE) , e tante altre.
I Francesismi entrati a fare parte in diverse lingue nel periodo medioevale vengono definiti GALLICISMI, termine  con cui si indicano anche i provenzalismi.

Un buon numero di gallicismi riguarda la vita e la cultura cavalleresca e cortese medioevale come: LIVRIERU (levrier); altri si riferiscono a viaggi e traffici commerciali come: PAISAGGIU (PIASAGE). Diversi termini francesi sono entrati nelle lingue (Dialetti) fra il Settecento e l’Ottocento per effetto della cultura illuminata e della politica espansionistica della Francia napoleonica come: Baionetta.  I prestiti più recenti riguardano in particolare oggetti di uso quotidiano e soprattutto quelli relativi al lessico della moda e della cucina: Taier  (Tailleur),CUTIEDDRU (COUTEAU), BUATTA (BOITE). In seguito si presenteranno alcuni dei più conosciuti termini affluiti dal Francese al dialetto Siciliano che sono stati rilevati direttamente da tutta la gente che li usa giornalmente.

Prima di passare alla disamina dei termini che ho trovato, chissà quanti ce ne saranno ancora, mi permetto di portare a conoscenza dei lettori che una anziana persona che abitava in via Dante, tale zia Francesca Romano, alla domanda: QUANT’ ANNI AVI rispondeva QUATTRU VINTINI E DU’ cioè 82  anni che tradotti in francese corrisponde a “QUATRE – VINGTS – DEUX. Oppure la parlata in dialetto favarese: Pi ci iri, Pi ci fari (Per andarci, Per farci), si traducono in francese :per ci andare ,per ci fare e così via.
Questi termini,come ho detto prima chissà quanti ancora,sono stati portati a conoscenza dei lettori al fine di fare conoscere l’influenza che la lingua francese ha avuto sulla lingua siciliana,lasciando numerose testimonianze che sono tutt’ora presenti nel nostro dialetto e fanno parte della nostra cultura.

Per la valorizzazione  e la fruizione del patrimonio culturale siciliano ci si propone l’arricchimento e l’ampliamento della ricerca di termini siciliani di origina francese. Quanti ne  siano  conoscenza  sono pregati vivamente di contattare la redazione del giornalino.


Grazie ed arrivederci ai prossimi numeri.


Gino Sanfilippo