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La "Scalunata di la Matrici"

Anfiteatro e Gazzetta Vocale di Castrofilippo
di Calogero Serravillo, pubblicato il: 29/10/2013 in: Tradizioni, Letto: [1269] volte

Non tanto tempo fa, i castrofilippesi, uomini di tutte le età e di tutti i ceti sociali, particolarmente se c’era bel tempo, amavano passeggiare in Corso Umberto 1, (ex via Madonna dei Peccatori, cuore del centro storico), cosa che si fa ancor adesso, pur se in misura minore e ormai solo da qualche anziano. Gli interessi dei nostri giovani, oggi si sono spostati verso il moderno Viale Giulio Bonfiglio.

Scalinata Madrice

I nostri predecessori gradivano, tra una passeggiata e l’altra, “la tòrna”, (cioè andata e ritorno per tutto Corso Umberto, circa 400 m), sedersi a gruppi nell’ampia scalinata della nostra Chiesa Madre. La stessa, era punto d’unione e non solo, per svariati motivi, tra i quali risaltavano, chiaramente il riposarsi tra “na torna e l’antra”, possibilmente dopo aver tracannato qualche bicchiere di vino in una delle tante bettole, (oggi bar), disseminate lungo tale Corso ma sopratutto fare salotto, se così vogliamo dire e/o aspettare speranzosi qualcuno dei padroni che con un cenno della mano chiamasse chi doveva essere locato. Nelle piacevoli serate di primavera o nelle calde d’estate, (allora non esisteva distrazione televisiva casalinga e quant’altro), la seicentesca scalinata in pietra viva, si riempiva di persone, le quali sedute, più o meno in ordine sparso tra i vari gradoni, si esprimevano nel nostro gergo, tal volta scurrile, accalorandosi nei discorsi o parlottando sotto voce per dare o ricevere particolari confidenze.

Chi voleva stare più tranquillo, si fa per dire, si metteva ai “piani alti”, dietro la porta della chiesa, giacché com’è noto, la scalinata pentagonale, man mano che si sale, va a restringersi e quindi c’erano meno persone. Così ci si scambiava opinioni, si chiedevano o davano consigli, si confabulava o sparlottava, tutto gratis, naturalmente. E’ curioso rilevare, che nell’esposizione dei discorsi, alle volte si alzasse un po’ la voce per cercare il consenso degli astanti, perfino quelli che erano lontani, come dire, “poiché parlo così deciso, io ho ragione”. Probabilmente in forza di quanto appena detto, dirimpetto alla stessa, la quale diventava un piccolo anfiteatro pieno di auditori, periodicamente convergevano i cantastorie di paese, che su per giù, fino agli anni settanta del secolo appena alle nostre spalle, giravano per tutta la Sicilia per racimolare qualche soldo, prima con i carretti e poi con i mezzi moderni, vedi treno o altro. Tra gli ultimi “menestrelli”, voglio ricordare uno dei più famosi, Cicciu Busacca da Paternò, (1926-1984). Prima di lui, come riferisce la mamma dell’arciprete Lo Bue, Tanu Grasso, a volte affiancato dal sancataldese Paolo Garofalo.

Molti hanno ancora vivi nei ricordi, me compreso, allora bambino, le colorite tele illustrate in stile naif, che cercavano di rendere fruibili gli episodi di cronaca illustrati. Una che andava per la maggiore, trita e ritrita, tra gli anni 60/70, del secolo appena passato, ma che appassionava sempre, era quella di Salvatore Giuliano. Permettetemi, ritornando, di riportare un fatto pittoresco, a mio giudizio comico, riferita a questa scalinata, che c’è raccontata da un sacerdote forestiero, di cui per rispetto alla memoria ometto il nome, tramite una lettera scritta al …“Rev.mo Arciprete”…, il barone Ignazio Tulumello. La detta lettera fa parte dell’archivio degli eredi di questo sacerdote. Vi risparmio i dettagli e andiamo subito al fatto.

Capitava che, in barba all’educazione e alle buone maniere, qualcuno di quelli seduti, oltre a parlare a voce alta, magari per cercare l’approvazione degli astanti, alle volte lasciando scappare qualche parola “volgare” eccetera, scoreggiasse sonoramente, suscitando i commenti e/o l’ilarità degli altri là accomodati. Poteva succedere che nelle “interpretazioni del fatto”, ci scappasse qualche frase “espressiva” e non solo. Il sacerdote, suppongo un puritano, invitava in buona sostanza il parroco, affinché …“corresse ai ripari”…, poiché antistante a un luogo sacro si proferivano parolacce e fossero comuni tali …“vastasarìe”... non c’è noto se furono “adottati dei provvedimenti”, quasi coercitivi, ma credo di no, poiché per tanto tempo ancora, la scalinata assolse il compito di grande panchina.

Piccole cose di vita paesana, tutto sommato allegre, in mezzo ad altre ben più grandi e tragiche!                                                                                                                                   

Per completare il tema,  in un registro dei defunti, troviamo un tale, Giuseppe, (…!...), “conditus Piritaro”!

Calogero Serravillo