Restauro

del Crocifisso

Il Crocifisso di Castrofilippo
5 ottobre 2013 Festa dell’Accoglienza dopo il restauro

Cenni storici a cura di
Calogero Serravillo

Prima di incominciare a parlare di storia, cronologie e quant’altro, devo fare una breve premessa.

Al di là di quello che si racconta, per esempio l’attribuzione (per’altro improbabile) a S. Luca, l’assonanza o l’esclusiva (se lo gradite) con altri crocifissi, vedi quello di Siculiana che, in verità, risale a un secolo prima e chissà perché circa l’esclusività o la somiglianza di questa come di altra opere (non solo di Castrofilippo), si fermano sempre a tre. Di certo c’è che buona parte delle carte che riguardano il nostro Crocifisso, presumo per un errore di catalogazione, siano finite nei fascicoli che riguardano Lampedusa. Per un caso fortuito, nel 1980, sono stati portati alla luce da alcuni amici studiosi che, cercando proprio per quell’isola, me li hanno passati. Io, quindi, non sono stato bravo ma semplicemente fortunato.

Dopo questa breve premessa, iniziamo da una data importante, il 1832.

Quell’anno si chiuse, poiché pericolante, la Chiesa con annessa cappellania del Crocifisso che si trovava tra via Cap. Magg. Inzalaco e via Garibaldi. Brevemente, per capirci qualcosa; ai tempi i feudatari, nel nostro caso i duchi di Castrofilippo o possidenti in generale, se ne avevano la possibilità (e il piacere, naturalmente) pagavano, per un certo tempo, un sacerdote che pregasse per loro. Celebrazioni che potevano andare da una a diverse e persino anche anni. Ma dove si svolgevano queste funzioni? Se c’era la possibilità, in una delle Chiese esistenti oppure se le facevano costruire appositamente rimanendo, naturalmente, proprietari e accollandosi oneri e onori. Mantenere un celebrante per una cappellania o, meglio ancora, una "Cappellania Laicale Privata" equivaleva, con molta approssimazione, a 40/50 mila euro l’anno. Tenete presente che i nostri duchi arrivarono a mantenere fino a cinque celebranti.

Torniamo al 1832; in quell'anno la Chiesa era stata chiusa perché inagibile e, come se non bastasse, era pure morto il celebrante. Per la cronaca, il celebrante si chiamava Vincenzo Messina. Secondo un concordato che era stato fatto con i Borboni nel 1818, ai tempi sovrani delle Due Sicilie, quando una Chiesa privata o le cappellanie che avevano delle rendite erano dichiarate inagibili e chi ne era proprietario non interveniva per le riparazioni, passava al Real Patrimonio, compreso il suolo e tutto quanto era custodito al suo interno. I duchi di Castrofilippo, che da tempo si erano stabiliti in pianta stabile a Palermo, non vollero saperne di riprendere la chiesetta, forse perché le celebrazioni potevano ordinarle a Palermo, perciò tutto ciò che essa conteneva, Crocifisso compreso, poteva essere espropriato. Chiaramente ci furono delle vibrate proteste da parte del clero locale e dagli amministratori verso chi ne era legittimo proprietario e, per calmare i bollori, fu inviato, da Palermo, un documento da parte della Duchessa Caterina Del Bosco Morreale, diretta interessata che, se non salvò la Chiesa almeno salvò questo capolavoro. Cosa si studiò per salvare il salvabile, se così vogliamo. I duchi continuarono a pagare le celebrazioni e la cappellania si trasferì in Matrice.

Nella lettera (siamo nel 1834) che venne inviata all’Intendente di Agrigento, una specie di Prefetto e Questore che curava gli interessi della corona e che doveva materialmente eseguire l’esproprio, si parla di questo Crocifisso, di un altro a Termini Imerese e di quello di Naro. L’Intendente, successivamente, la inviò a Giuseppe Geraci, varie volte Sindaco di Castrofilippo e amministratore dei beni dei duchi. Nel suo archivio, fu rinvenuto da me un documento di estrema importanza, poiché non solo anticipa di un anno circa, la data della scultura di quello di Termini (che si crede del 1635), ma pure da esso sappiamo quanto costava commissionare un’opera al santo frate. Inoltre, datando l’opera sappiamo che è contemporanea all’edificazione della Chiesa Madre, sempre del 1635. Guardando ciò che è inventariato a Lampedusa, riguardante il nostro Crocifisso e facendo un tutt’uno con questo documento, abbiamo le idee più chiare. Per edificare la Chiesa del Crocifisso, il neo duca Maurizio Morreale, stanziò 800 ducati e altrettanti ne aveva sborsati l’anno prima per la Chiesa dei Santissimi Maurizio e Agnese. Il curatore fu il primo arciprete, Giuseppe Brunelli. Dopo qualche mese arrivò il Crocifisso e ancora non era pronta la sua chiesa in via Cap. Magg. Inzalaco (credo finita tra il 1635 e il 1636); questo, venne ospitato provvisoriamente nella cappellania di S. Maurizio la quale, come detto, aveva un altro sacerdote che celebrava solo per il duca.

La Chiesa del Crocifisso durò in vita circa 200 anni. Nella nuova Cappellania, in Madrice, la sua sistemazione era diversa da quella odierna, poiché la cappella laterale venne realizzata qualche decennio dopo; questo si evince sia dal contratto Signorelli, sia dal carteggio che riguarda la ricostruzione della Chiesa Madre che avvenne tra il 1835 e il 1855.

Riassumendo:

1634, data di commissione del S.S. Crocifisso a frate Umile, dal duca Maurizio Morreale;

1634-1635, arrivo del Crocifisso e sistemazione nella Chiesetta e "Cappellania Laicale Privata" dei S.S. Maurizio e Agnese;

1635-1636, stanziamento di 800 ducati ed edificazione della Chiesa del Crocifisso, così come l’anno prima per la cappellania dei S.S. Maurizio e Agnese. Fondazione di un legato di Onze 20 per la celebrazione di messe a favore dei Morreale;

1830-1831, inagibilità progressiva della Chiesa Cappellania del S.S. Crocifisso.

1832, morte dell’ultimo cappellano, Don Vincenzo Messina e chiusura definitiva della Chiesa stessa.

1834, invio di una lettera, dopo due anni di sede vacante, da parte di Caterina Morreale-Del Bosco, principessa di Belvedere, duchessa di Castrofilippo e Santa Elisabetta, che dà chiarimenti importanti sulla cappellania. Ciò evita l’esproprio del Crocifisso e delle suppellettili a favore del Real Patrimonio in virtù della Legge 16/9/1831 fotocopia di quella del 24/3/1719 e di una successiva del 1818 e vendita a privati del suolo su cui poggiava la Chiesa, ormai crollata. Crediamo che la Madonna delle Grazie, pregevole opera settecentesca in terracotta di scuola napoletana, provenga proprio da questa Chiesa. I Morreale-Del Bosco stanziano ancora 20 Onze per mantenere in vita la cappellania che successivamente venne ricostruita in Madrice, ma ciò dura poco e, fortunatamente, salvatosi Crocifisso e arredi, tutto cade nel dimenticatoio.

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Pro Loco Castrofilippo

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